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Hotel Meina

• pubblicato in: Cinema, Rubriche

Regia di Carlo Lizzani.
Con Benjamin Sadler, Ursula Buschhorn, Danilo Nigrelli, Marta Bifano, Federico Costantini, Ivana Lotito, Buse Butz, Ernesto Mahieux.
Genere Drammatico, colore 110 minuti. - Produzione Italia 2007. - Distribuzione Mikado

La storia inizia nel 1953 sul Lago Maggiore, dove Noa (un nome inventato) rievoca i tragici ricordi di dieci anni prima, quando, ancora adolescente, viveva lì con la sua famiglia all’hotel Meina, di proprietà del padre, ebreo con passaporto turco e quindi cittadino di un paese neutrale. Subito dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre tra gli Alleati e l’Italia, la vita di tutti gli ospiti dell’albergo viene sconvolta dal brutale arrivo di un plotone delle SS, che rinchiude gli ebrei costringendo tutti a una settimana di drammatica attesa. Tratto dal libro di Marco Nozza, a sua volta ispirato a fatti tragicamente e realmente accaduti, Hotel Meina porta avanti l’indagine di Carlo Lizzani sulla storia italiana, in particolare su fascismo e antifascismo, alterando però alcuni fatti, come l’introduzione di una figura mai esistita (accettabile solo come licenza poetica: ma quale poesia? Far capire che anche tra i “cattivi” esistono i buoni?), Cora, una tedesca antinazista collegata ad una Rete che opera tra Svizzera e Italia. Alla fine le SS preleveranno gli ebrei a piccoli gruppi per interrogarli fuori dall’albergo – dicono – al Comando della vicina città di Baveno. In realtà li massacrano e poi li gettano nel lago. Noa riesce a fuggire col padre, la madre e il fratellino verso la Svizzera, dopo che è perduta ogni possibilità di salvarli

Il commento di Manuela Pompas
Meina, una storia di famiglia

Personalmente l’ho trovato un brutto film - che presto verrà dimenticato - per la qualità della fotografia, i primi piani, la recitazione, i dialoghi, girato come una fiction tv. Non sono riuscita neanche a indignarmi più di tanto e, pur essendo in qualche modo direttamente chiamata in causa, non ero per niente coinvolta. Un film senz’anima, girato da un professionista chissà perché subentrato a Pasquale Squitieri, che non ha neanche voluto sentire i sopravvissuti.
Non ne parlerei neppure, se nella mia infanzia non avessi ascoltato più di una volta questa storia in casa. I miei genitori, sposati da poco, erano tra gli ospiti dell’hotel Meina, di proprietà di Giorgio Bear (in disuso da quegli anni, rimasto in piedi diroccato fino ad oggi: e proprio in questi giorni il comune di Meina ha deciso di abbatterlo). Solo che i miei non dormivano con gli altri, ma in una dépendance poco lontana. Per questo, spinti dai loro amici, riuscirono a scappare in Svizzera prima che fosse troppo tardi. E questo è un altro film, privato. Attraversarono le montagne con l’aiuto di bracconieri, che li spogliarono dei pochi averi, ma li portarono in salvo in un campo di incentramento, dove vissero fino alla fine della guerra come rifugiati. Tra l’altro mia madre - non so perché, forse per non rievocare momenti di dolore - rifiutò l’intervista a Marco Nozza, che ha scritto un saggio su questo avvenimento. E forse per questo la figura di mio zio, Vittorio Haime Pompas, il fratello di mio padre (entrambi sefarditi, arrivati in Italia nel ’22 dalla Turchia) è stata travisata da Lizzani, persino nel ritratto fisico: infatti nel film viene raffigurato come un grassone di mezza età, codardo, che tenta di fuggire, mentre non solo era un bel ragazzo, giovane, alto, piacente, ma di fronte all’opportunità di fuggire, si rifiutò di andarsene per stare accanto agli altri qualunque fosse il loro destino. Scelse dunque di morire per non abbandonare i suoi amici.

L’intervista a Becky Behar (la Noa del film).
Non ritengo giusto raccontare una storia vera travisandola, descrivendo persone riconoscibili in modo da alterare la loro personalità e la loro esperienza. Soprattutto quando i fatti sono così recenti e drammatici e sono ancora vivi i protagonisti che possono testimoniare ciò che è successo. Come Becky Behar, la Noa del film (che tra l’altro era molto più giovane della figura descritta nel film e non aveva nessuna storia d’amore), la quale ha dedicato la vita a raccontare l’Olocausto nelle conferenze, e soprattutto ai giovani nelle scuole, non solo “per non dimenticare” ma soprattutto perché “non accada più”.
La incontro quasi per caso, scoprendo con grande emozione che abitiamo molto vicine, grazie a un’amica comune, la scrittrice Liaty Pisani che, ispirandosi all’eccidio di Meina ha scritto un romanzo noir, Dar Tagebuch der Signora, già pubblicato in Germania, che in Italia uscirà la primavera prossima con il titolo La soluzione vitale (edizioni Tea).
<Sono commossa di essere con una nipote di Vittorio Pompas, uno dei morti della strage di Meina>, esordisce. <Da bambina gli volevo molto bene, era un uomo straordinario, molto buono, e anche molto affezionato a mio padre, con il quale aveva lavorato parecchi anni.
Sul film di Lizzani ho già detto molto: sono sempre stata contraria a questo film, perché non è la storia vera dei fatti e della strage di Meina, anzi, in parte è offensiva nei riguardi di questi ebrei morti in una maniera tragica, che oggi considero degli eroi. E’ stato un evento terribile: una persona non potrebbe mai immaginare che si possano uccidere adulti, anziani e bambini, per poi buttarli nel lago. Io ho perso degli amici in questa strage. Per me è stato un trauma terribile che mi porto avanti per tutta la vita. Però mi sono anche ripromessa che non dimenticherò mai questi morti e parlerò di loro con tutti i ragazzi che incontrerò nelle scuole, raccontando la verità su questa strage. Lizzani - e questo gliel’ho detto - ha fatto fare una figura terribile agli ebrei, li ha fatti passare per stupidi, liberi di girare per Meina e in albergo, ha fatto vedere che non sono scappati e hanno aspettato lì di essere ammazzati. Con questo film che ha fatto credere con i tedeschi era tutto tarallucci e vino, chi beveva, chi mangiava e gli ebrei erano felici di vivere con loro. In realtà erano chiusi in una stanza sprangata, con una sentinella davanti, per cui non sono mai usciti di lì. Solo noi, la famiglia Behar, ha potuto uscire grazie all’intervento di Nebil Ertok un consola turco ospite nella nostra villa a Meina perché la Turchia era ancora un Paese neutrale. Noi siamo vivi solo per questo miracolo. Con una coincidenza di tempi sorprendente, perché la Turchia è entrata in guerra due mesi dopo l’eccidio. Ertok ha invitato mio padre a scappare con tutta la famiglia, e in effetti quando noi siamo stati liberati da quella stanza e potevamo girare ma non uscire dall’albergo, avremmo potuto scappare di notte, mentre i tedeschi si ubriacavano nei saloni dell’albergo. Ma mo padre non ha mai voluto, perché diceva, se noi scappiamo, ne andranno di mezzo gli altri prigionieri nella stanza. Queste cose Lizzani doveva puntualizzare, non far vedere che eravamo in grande amicizia con i tedeschi. Inoltre nel film ha voluto introdurre la figura di quella tedesca buona, che in realtà è stata la spia che ha denunciato insieme ai fascisti di Meina tutte le persone dell’albergo. Non tralasciando i nomi dei due collaboratori che lavorano nei negozio di mio padre a Milano, Coccori e Vittorio Pompas, che si trovavano lì solo da una settimana per dare una mano, dato che l’albergo era superaffollato. Per un gesto di generosità anche loro hanno trovato la morte>

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