Anandagiri, il guru che trasmette Luce
• pubblicato in: India, PersonaggiGiugno 2006. Il mio primo incontro con il diksha.
Ho incontrato per la prima volta Anandagiriji due anni fa a Milano, quando è venuto in Italia durante un giro europeo in cui si è prefisso di assolvere la sua mission, affidatagli dal guru indiano Baghavan e da sua moglie Amma: portare in Occidente un messaggio per risvegliare le coscienze e prepararci al 2012, una data che segna per molte culture sacre la fine dell’era del buio e dell’ignoranza (per gli indiani l’età del Ferro, o Kaliyuga) per entrare nell’era dello spirito (l’età dell’Oro). Una data a cui ci avviciniamo, in cui c’è il pericolo - preannunciato da molte profezie e anche da una lettura della Bibbia in chiave crittografica (vedi i libri di Drosnin) - di una terza guerra mondiale che partirà dai disordini del Medio-Oriente e dell’avvento dell’Anticristo, forse già presente tra noi. Ma la preghiera, il risveglio delle coscienze, la riscoperta della spiritualità riporteranno la vera Chiesa di Cristo, basata solamente sullo Spirito e non più sul potere temporale.
Chi è Anandagiriji. “Acharji”, come viene chiamato amichevolmente, ha poco più di 30 anni. Entrato a 12 anni nell’allora scuola residenziale “Jeevashram” diretta da sri Amma e sri Baghavan, sentì giovanissimo la percezione divina nel proprio cuore, aprendosi ad una coscienza mistica. L’esperienza della Presenza divina in lui lo spinse a dedicare la sua giovane vita al servizio dell’umanità, per trasmettere la luce che lui aveva incontrato. E in effetti, quando tace per concentrarsi, un occhio attento (un terzo occhio!!) percepisce una luce bianca, diffusa, che sembra diffondersi dal suo essere e ti dà la sensazione di nutrire il tuo cuore e la tua anima. Si presenta nella casa che lo ospita a Milano con una veste bianca, completamente rasato e due occhi attenti, vivaci. Mai, anche se è molto compreso del ruolo che ricopre, mai dà risposte all’insegna dell’ego, del fanatismo, della falsa modestia. Siede con le gambe incrociate, nella posizione del loto, attorniato da alcuni italiani che hanno ricevuto il Diksha in India e hanno portato questa pratica di trasferimento di energia in Italia (l’associazione italiana è a Verona, sito web www.diksha.com).
Come perseguire il risveglio di coscienza
“Il risveglio di coscienza”, dice “non è un processo psicologico, ma un processo di trasformazione, un mutamento che avviene a livello neuronale quando si raggiungono stati di illuminazione, che può essere attivata dalla pratica del Diksha”. Giustamente ribadisce che nessuno può cercare di imparare ad amare, imparare a essere come Gesù o Budda, anzi è sbagliato imitare qualcuno, cercare di seguire un modello, perché ognuno deve seguire la propria vita, ciò che ha dentro, accettarsi e seguire il proprio cammino individuale. Persino le negatività, i difetti, non vanno rifiutati: dobbiamo semplicemente osservarli, prenderne atto. In fondo è ciò che diceva Jung: l’Ombra non va combattuta, ma integrata.
“Nella nostra cultura il guru è un maestro che non insegna attraverso concetti e parole, ma attraverso la trasmissione diretta della verità, della spiritualità”. E spiritualità non significa stare con le gambe incrociate a meditare, a pregare, a cercare Dio: può essere anche conversare piacevolmente con un amico, provare gioia nel camminare o mangiare un gelato, fare una qualunque azione quotidiana in modo sereno, armonico. “Vi sono persone che si sforzano di cambiare, di diventare più belle, più brave, più spirituali: sulla scia di condizionamenti sociali o religiosi, vogliono diventare qualcos’altro, seguendo lo stereotipo di un santo. Ma la vera sfida è accettarsi per ciò che si è e stare bene con se stessi. Questo è il primo miracolo”. Come si atta questo proposito? Abbracciandosi, accettando anche le proprie conflittualità. Il momento più significativo per contattare la parte più profonda di sé quando c’è tanto dolore, tanta sofferenza: allora avviene un contatto con l’universo, attraverso la preghiera, che va utilizzata non per chiedere di cambiare, ma di essere aiutati ad accettarsi. Solo allora potremo accettare la vita, essere a proprio agio con se stessi e con gli altri.
Le parole di Anandagiri sono semplici: un miscuglio di psicologia, di spiritualità, di discipline esoteriche. Parole già sentite da altri ricercatori spirituali. Ma l’aspetto interessante, che colpisce al di là delle parole, è l’energia, la luce (la parola sanscrita prana significa proprio Energia/luce) che questo giovane sembra emanare dal suo essere, trasmettendo una sensazione di pace, di unione con il Tutto. “Il Diksha può aiutare ad attivare questo processo, a raggiungere quella felicità che è data dall’assenza dei conflitti, da una vita piena, serena, dove ciascuno si sente in connessione con l’altro e con la natura, l’universo che lo circonda”
Illuminazione e cambiamento a livello neuronale
Da alcuni anni (anzi, decenni), alcuni studiosi conducono delle ricerche a livello neurologico per studiare gli stati modificati di coscienza (come Tart negli USA o Margnelli in Italia) e non solo. Infatti si sono trovate delle spiegazioni scientifiche alle esperienze mistiche, delle correlazioni tra la fisica quantistica e le religioni orientali: il primo studioso noto anche al grande pubblico è stato Fidjor Capra, con i suoi elettroni che compivano la… danza di Shiva (Il Tao della fisica). Anche il Dalai Lama è in contatto con numerosi psicologi, fisici, neurologi, che portano avanti studi sulla meditazione, i viaggi extracorporei, gli stati mistici.
E presso la Oneness University il neurologo e biochimico Christian Opitz ha condotto degli studi sull’attività cerebrale delle persone - e più precisamente sui lobi parietali, nell’Area Associativa-Orientativa (OAA) - prima, durante e dopo aver ricevuto il Diksha. Generalmente quest’area, la cui funzione è quella di elaborare l’orientamento nello spazio, è cronicamente iperattiva e stimola Amigdala e Ippocampo, i quali danno significato alle percezioni corporee e a noi come individui separati da ciò che ci circonda. Se l’OAA venisse danneggiata non ci sarebbe più la percezione spaziale degli oggetti e si perderebbe il senso di sé. Il Diksha come probabilmente gli stati mistici) sembra indurre un processo di trasformazione a livello nei lobi parietali, che cambiano il loro funzionamento, per cui l’individui percepisce ancora i limiti fisici, tuttavia acquisisce un maggior senso di unità, di connessione con ciò che lo circonda. E’ l’esperienza dei mistici, che diventano uno con il Tutto, abbandonando la loro individualità, in senso di separazione.
Possiamo cambiare il mondo?
L’obiettivo di Baghavan e Amma è proprio questo: favorire l’illuminazione di un numero sempre più esteso di persone, che a loro volta porteranno la loro energia positiva nel mondo, aiutandolo nel processo evolutivo. “Questo succederà a tutta l’umanità, non è un privilegio di pochi”, conclude Anandagiri. Intanto sembra che alla Oneness University arrivino persone da tutto il mondo, con il proposito di aprirsi al Divino e iniziare la propria trasformazione (per informazioni www.diksha.it)